Come io vedo il mondo

     Il “nucleo” del cuore umano è al livello di certe domande che consapevolmente o no tutti esprimiamo. Sono le domande che esplodono con tutta la loro urgenza di risposta in quella fase della vita che si chiama adolescenza. Tale nucleo si chiama anche fattore religioso.

     Il fattore religioso rappresenta la natura del nostro io in quanto si esprime in certe domande: «Qual è il significato ultimo dell'esistenza?», «Perché c'è il dolore, la morte, perché in fondo vale la pena vivere?». O, da un altro punto di vista: «Di che cosa e per che cosa è fatta la realtà?». Ecco, il senso religioso si pone dentro la realtà del nostro io a livello di queste domande: coincide con quel radicale impegno del nostro io con la vita, che si documenta in queste domande.

     Leopardi da quando l’ho incontrato per la prima volta tra i banchi di scuola mi ha subito colpito per la verità dei suoi versi che io sentivo riverberare nel mio cuore con una corrispondenza grande che vale anche ora dopo tanti anni (perché sono parole vere e le cose vere durano per sempre). Il sommo poeta è un esempio - forse l’esempio più esplicativo, certamente il più poetico - che l’uomo “ anche da adulto “ non smette mai di farsi tormentare dalle domande veramente importanti, dalle domande che alla fin fine definiscono l’uomo:

«Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?».

G. Leopardi: “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” vv. 79-89

     Poi siccome tutto cospira intorno a noi per farci dimenticare a che livello si gioca la partita della vita, nella fase adulta gran parte delle persone accantonano tale domande, ci si accontenta di quello che il potere ci propina come modello di vita felice: basta andare allo stadio, al centro commerciale, acquistare l’ultimo modello di cellulare o di automobile, fare la vacanza in un certo modo ecc… per sentirsi in qualche modo appagati. Si cerca di riempire la pancia per sentirsi bene. Come aveva capito bene il Potere dell’Impero Romano al popolo bisognava dare “panem et circens”. Insomma il Potere cerca di far ripiegare lo sguardo della gente dai tetti in giù, perché così avrà dei cittadini più accondiscendenti, più disponibili al suo volere, più manovrabili.

     Ma come ci ammonisce un grande uomo del Medioevo, Sant'Ambrogio: ”Quoam multos dominos habet qui unum refugerit!” (guardate quanti padroni hanno quelli che non riconoscono l'unico Signore!!). Ma se si è minimamente seri con se stessi non si può fare a meno di ammettere che tutto questo non ci basta non ci rende lieti verso la vita, ma anzi si è corrosi dall’ansia della rincorsa verso obiettivi fissati da altri (anche se sembra che li fissiamo noi), ad affermare sempre di più se stessi e il proprio interesse particolare; che essenzialmente come diceva Eliot si riconduce alla triplice tentazione del Potere, della Lussuria e del Denaro.

“Qualunque cosa tu dica o faccia
C’è un grido dentro:
Non è per questo, non è per questo!
E così tutto rimanda
A una segreta domanda:
L’atto è un pretesto(…)
Nell’imminenza di Dio
La vita fa man bassa
Sulle riserve caduche!
Mentre ciascuno si afferra
A un suo bene che gli grida: addio!”

C. Rebora, “Sacchi a terra per gli occhi” in Le poesie – Garzanti

     Bellissima e straziante la crudezza degli ultimi due versi: l’uomo che si afferra a un suo bene, cioè l’uomo che ripone la speranza della vita nel successo, nel fare soldi, (Denaro), nel vestirsi alla moda, nella droga, nel sesso (Lussuria), nel cercare di affermare se stessi (Potere), subito sperimenta che tali cose gli dicono addio! Cioè gli si rivelano false, perché il suo cuore non corrisponde a tali speranze: vuole altro. Come va per afferrarlo, l’idolo, gli si sgretola fra le mani: ed egli rimane triste e solo.

     Ma, come diceva Pavese ciò che cerca l’uomo nei piaceri è un infinito, e questo infinito nessun potere può darlo solo la grazia di un fatto imprevisto, di un incontro inatteso può iniziarlo a darlo, facendolo presentire, come quando all’alba iniziamo visivamente ad intravedere come è fatto il mondo, e la cosa strabiliante è che questo fatto inatteso è accaduto, è veramente successo, l’imprevedibile ha preso fattezze di un bambino nato in una stalla duemila anni fa.

     Il Mistero si è reso incontrabile dall’esperienza umana.

     Questa è l’unica novità della storia, l’unica notizia veramente interessante per l’uomo. Questo è l’unico fatto che ha realmente interesse per ogni uomo mai nato sulla terra o che mai nascerà. Perché questo è l’unico fatto che mi spiega, che da le ragioni a me di cosa sono, di chi mi ha fatto e di cosa mi aspetta dopo l’esilio terreno (già...la morte, il grande tabù della civiltà occidentale). Da quell’avvenimento storico, dalla nascita di quel bambino di nome Gesù, all’uomo è dato di fatto la possibilità di vivere con un gusto e con una densità di significato altrimenti inimmaginabile, si pensi per capire questo alla vita dei santi: quale spessore umano hanno vissuto! Solo Cristo pone nella vicenda umana, con la su Presenza, la possibilità di vivere senza l’angoscia di senso.

     Come ha detto Giovanni Paolo II: “Solo Cristo spiega l’uomo all’uomo: Egli svela l’uomo a se stesso”. Ma come permane la Sua presenza nella storia? Come è possibile ora duemila anni dopo che quest’uomo eccezionale ha calpestato il suolo della Palestina, duemila anni dopo che ha, dapprima lavorato in famiglia e poi predicato, duemila anni dopo che è stato ucciso e che è risorto, come è possibile ora incontrarlo?

     Ciò è possibile.

     E’ possibile grazie al flusso ininterrotto di persone che da allora in poi hanno riconosiuto in Lui il vero senso della vita: “dove due o più saranno riuniti nel mio nome là ci sarò anch'io”, cioè è dentro l’unità della comunità dei credenti che vive la sua Presenza nel mondo, unità dei credenti che si chiama Chiesa. Inoltre, Egli ha voluto assicurarci anche un’altra modalità della sua compagnia, una modalità per così dire più “oggettiva”, cioè il pane spezzato durante la S. Messa: si chiama eucarestia (si pensi ad esempio al miracolo eucaristico di Lanciano (CH) dove un’ostia si è tramutata in carne umana ed è rimasta carne viva e inalterata per oltre un millennio). Cristo è dunque presente oggi in modo misterioso ma reale - reale in quanto è possibile farne esperienza, e di fatto tanti uomini ne fanno esperienza quotidiana - senza questa Presenza misteriosa ma reale non sarebbe possibile per l’uomo di oggi incontrarlo. La Sua presenza permane nella storia quindi sotto due modalità: la Chiesa (unità dei credenti) e l’Eucarestia (ostia consacrata).

     Io ho incontrato, nei tempi dell’Università (anni '70) alcuni amici che vivevano l’appartenenza alla Chiesa come modalità normale, come criterio esaustivo e persuasivo dell’affronto della realtà. Così affascinato dal loro modo di vivere li ho iniziati a frequentare, ho iniziato a dare loro credito e non ne sono rimasto deluso perché nel tempo tale apertura alla loro esperienza si è dimostrata per me la possibilità di capire di più me stesso e gli altri, di gustare di più la vita, di avere una strada ben sicura da percorrere nelle intemperie della vita. Ho iniziato così a capire cosa significhi seguire Cristo. La fede non era e non è più "un fardello in più da portare, ma la perla preziosa da custodire che illumina tutta la vita" (Benedetto XVI). Mi si è palesata una modalità persuasiva del cristianesimo e qui vi è la grande varietà di ambiti attraverso cui uno può incontrare la Chiesa, può essere il proprio parroco, la propria comunità parrocchiale, oppure un movimento ecclesiale (il Papa disse che i movimenti sono la risposta dello spirito alla Chiesa di oggi). Io ho incontrato la Chiesa attraverso un movimento ecclesiale, quello di Comunione e Liberazione. Ho sperimentato che solo incontrando una realtà di chiesa che diventa persuasiva per sè, si inizia a vivere l’appartenenza alla Chiesa e se ne capisce sempre più il valore per la propria vita. Non mi è assicurata la possibilità di non sbagliare, ma mi è assicurata la via da seguire, dopo ogni caduta c’è sempre la possibilità della ripresa:  Qualunque cosa ci rimproveri il nostro cuore, Dio è più grande del nostro cuore...” (1 Giovanni 3, 20).

Così termina un film molto bello di Igmar Bergman “La fontana della vergine” (1960) , il protagonista dopo aver  ucciso per vendetta gli assassini di sua figlia e con loro per sbaglio anche un bambino innocente, grida al cielo: “Ma tu vedi, Dio! Tu vedi, vedi la morte di un innocente, vedi la mia vendetta e non l'hai impedito. Io non ti capisco! Eppure adesso chiedo il tuo perdono. Non conosco altro mezzo per conciliarmi con queste mie mani, non conosco altro modo per vivere. Ti faccio voto, o Signore, qui, in penitenza del mio peccato, di edificare una chiesa con queste mie mani”.

Esistenzialmente l’unica possibilità data all’uomo, per vivere nella pace, è che gli venga accordato il Perdono, dopo averlo implorato con cuore sincero e penitente.

Gesù Cristo è venuto per sacrificarsi al fine di riscattare tutto il peccato del mondo,  chi gli aprirà le porte del proprio cuore vivrà “nella” e “della”  misericordia di Dio.

     Oggi capisco che la vita è per un destino buono.

     Tutto il male del mondo, il male mio e quello del mondo non vinceranno, non sarà il nulla l’esito della mia vita e l’esito della vita del mondo. “Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e in vista di Lui” e Lui si è rivelato come presenza e fine buono per la vita dell’uomo (si pensi alla scena del buon ladrone), si è rivelato come capacità di amare senza paragoni (si pensi alla scena della Maddalena), ed inoltre dice S. Paolo “tutto il Lui consiste” la consistenza della vita è quella Persona e non altro, vuol dire che tutto il resto è insignificante per il contenuto di significato che la vita porta.

     Così la consapevolezza della mia vita risiede nell’appartenenza (nel cercare di appartenere sempre di più) al Mistero che riconosco presente nella mia vita e nel mondo, perché ciò mi è fonte di gioia e libertà.

     Aumenta così la coscienza che la vita è bella: “la vita è bella perchè è una promessa fatta da Dio con la vittoria (storica) di Cristo. La vittoria di Cristo significa la vittoria sul male e il male supremo è la morte. Cristo ha vinto la morte, per questo la vita è lieta, pur nella sofferenza, nel dolore, nella povertà, nell’incomprensione, nell’emarginazione. Perciò ogni giorno che noi ci alziamo dal letto – qualunque sia la nostra situazione immediatamente percepibile, anche la più sofferente – è un bene che sta per nascere ai confini del nostro orizzonte di uomini” (Giussani). Vengono in mente le parole di Teilhard de Chardin: “Il pericolo maggiore che possa temere l’umanità oggi non è una catastrofe che venga dal di fuori; è invece quella malattia spirituale, la più terribile perché il più direttamente umano tra i flagelli, che è la perdita del gusto di vivere”. Ma come si fa a non perdere il gusto della vita? Non si perde se la vita ha un’origine chiara e uno scopo chiaro, se la vita è una strada tracciata sicura verso il suo compimento.

     In definitiva occorre avere il coraggio di guardare a tutta la profondità del proprio desiderio (il grido è la preghiera al mistero affinché si riveli, è il cercare una risposta alla propria domanda con umiltà ma anche con fermezza, è la possibilità di non ridurne, di non contrarne, di non rattrappirne l’ampiezza e la grandezza) affinché la risposta si manifesti. Il resto è nelle mani del Mistero che certamente non lascerà inascoltato il grido dell’uomo: “Anche se ci fosse una madre che si dimenticasse del proprio figlio Io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,14). Egli sicuramente raccoglie il grido dell’uomo, nei tempi e nei modi però che non fissiamo noi!

     Si inizia a percorrere una via di fede sempre a partire dall’incontro con una realtà umana - persona o persone ben precise, volti che rimangono impressi nella nostra memoria - che ci colpisce e ci fa scoprire una corrispondenza fra il nostro desiderio e la “pretesa cristiana”. Solo e solamente in questa corrispondenza sta la ragionevolezza della fede. Una posizione umana tesa al vero che non censuri nulla della realtà e spalancata alla possibilità che il vero mi si comunichi, mi si riveli, si manifesti a me, così da poterne fare esperienza: questa è la sola posizione veramente degna dell’uomo.

     E’ proprio vero quello che afferma Pascal in uno dei suoi Pensieri: ”Il n’y a que deux sortes de personnes qu'on puisse appeler raisonnables: ou ceux qui servent Dieu de tout leur coeur parce qu'ils le connaissent, ou ceux qui le cherchent de tout leur coeur, parce qu'ils ne le connaissent pas”.

Giancarlo Buccella

2005


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